15 Ottobre 2019 Coaching ovunque vi troviate nel mondo

Mese: Luglio 2018

Il divorzio è più frequente tra le coppie expat?

Ciò che HR ed expat dovrebbero sapere per la buona riuscita di un international assignment Partire per una nuova avventura all’estero espone la coppia e tutti i membri della famiglia a grandi cambiamenti. Prima del trasferimento, le coppie tendono a focalizzarsi su tematiche esterne quali la ricerca della casa, le scuole per i figli, l’assicurazione sanitaria, ma in genere ignorano completamente le sfide chiave relative alla relazione di coppia, che sarà inevitabilmente oggetto di una trasformazione. Un’esperienza all’estero può, infatti, rafforzare ulteriormente relazioni già collaudate o aggiungere stress supplementare in relazioni già tese in partenza. Senza la rete della famiglia e degli amici di lunga data, in assenza di qualsiasi routine e di un preciso ruolo nella società, le coppie si ritrovano di fronte alla relazione “nuda e cruda”, depurata dei tanti elementi che possono a volte, in un contesto conosciuto, mantenere in piedi degli equilibri delicati e precari. In un contesto nuovo e sconosciuto, questi equilibri si scompensano rapidamente. Come singoli individui ci si trova repentinamente catapultati fuori dalla propria zona di comfort, impegnati ad affrontare molte sfide contemporaneamente (lingua, cultura, lavoro, solitudine, assenza di contatti sociali…) e questo si ripercuote inevitabilmente sulla coppia, che deve essere in grado di coniugare flessibilità, abilità comunicative e molta comprensione per poter reggere lo stress supplementare che l’espatriazione* implica, impegnandosi in progressivi aggiustamenti nelle dinamiche di coppia. Una delle conseguenze del diventare expat include, per esempio, il fatto che uno dei due acquisisca forti responsabilità professionali, che il suo nuovo ruolo implichi frequenti viaggi e che si senta caricato della responsabilità di essere l’unica fonte di sostentamento della famiglia, mentre l’altro membro della coppia abbia la sensazione di aver messo la propria vita “in attesa” per favorire l’avanzamento di carriera del proprio partner e, una volta a destinazione, si senta abbandonato a

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La ricerca della felicità…in patria come all’estero

Cosa differenzia le persone soddisfatte da quelle insoddisfatte? In patria come all’estero, ciò che caratterizza da sempre l’essere umano è la ricerca della felicità. Che si decida di restare nel proprio paese di origine o di partire alla ricerca di una vita migliore, le difficoltà e i problemi da superare non mancheranno, perché affrontare gli ostacoli che si presentano sul nostro cammino fa semplicemente parte della vita. In particolare, quando ci si ritrova all’estero, si tende facilmente a lasciarsi prendere dallo sconforto perché la famiglia è lontana, perché si sente la mancanza degli amici e fare nuove amicizie è praticamente un lavoro a tempo pieno, perché forse le aspettative professionali sono state deluse e le cose non vanno proprio come ce le si era immaginate, perché la coppia può risentire delle tante tensioni dovute alle molteplici sfide da affrontare, perché l’ adattamento dei figli non è così semplice come si credeva…Queste e altre difficoltà vengono viste come impedimento alla vita felice che si sognava. Ma che cos’è in realtà la felicità? Darne una definizione univoca è davvero difficile. Diversi filosofi ne hanno dato una loro interpretazione. Per Aristotele la felicità più che uno stato è uno stile di vita, perché per raggiungerla occorre coltivare le virtù più elevate dell’uomo. Nietzsche opponeva, invece, il concetto di “benessere” a quello di felicità: il benessere è come uno “stato ideale di pigrizia”, senza preoccupazioni né sussulti, mentre essere felici significa essere capaci di provare forza vitale attraverso il superamento delle avversità. Secondo Ortega y Gasset si raggiunge la felicità quando la “vita proiettata” e la “vita effettiva” coincidono, cioè quando c’è una corrispondenza tra ciò che desideriamo essere e ciò che siamo in realtà. Come fare allora per tendere alla felicità? Quali sono i comportamenti e le attitudini delle persone che sostengono di

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La prima donna italiana ad acquisire la patente in Arabia Saudita?

Quando l’integrazione è donna: un bell’esempio di perseveranza e adattamento culturale. Qual è il suo segreto? Lo scorso 24 giugno è stato ufficialmente abolito il divieto di guida per le donne in Arabia Saudita, ultimo paese al mondo in cui ancora vigeva questa proibizione. Secondo quanto comunicato dal governo saudita, sono già state consegnate circa 2000 patenti a donne residenti nel paese. Una di queste è Margherita Di Paola, che ci risulta essere, ma non ne abbiamo la conferma ufficiale, la prima italiana ad aver ottenuto, lo scorso 28 giugno, la patente a Riad. Incuriosita dal post di un amico che aveva pubblicato la notizia sulle reti sociali, gli ho chiesto di mettermi in contatto con lei per poterla intervistare. Cercherò qui di sintetizzare la mia lunga chiacchierata con Margherita e gli insegnamenti che, a livello di integrazione e interculturalità, ne possiamo trarre. Margherita, palermitana, vissuta a Roma per oltre vent’anni, è approdata a Riad quasi due anni fa con la figlia tredicenne. Unica straniera del suo dipartimento, lavora come neuropsicologa presso il più grande ospedale del Medio Oriente, la cui utenza è esclusivamente saudita. “Durante la mia attività clinica con i pazienti lavoro con una traduttrice (Feryal, saudita)” – mi ha spiegato Margherita – “mentre con i colleghi, sauditi o stranieri, che lavorano negli altri dipartimenti, parlo in inglese”. L’entusiasmo di Margherita mi ha colpita sin dalle prime battute che abbiamo scambiato: “Questo paese mi ha dato una grande opportunità professionale e io sento una profonda riconoscenza nei confronti del suo popolo. Il miglior modo per ringraziarli è abbracciare questo popolo e la sua cultura, osservare le differenze non per criticare, ma per imparare. Informarmi sulle regole di comportamento da seguire è stato per me naturale, sono ospite e sta a me adeguarmi. Quando mi invitano a casa loro

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