La prima donna italiana ad acquisire la patente in Arabia Saudita?

Quando l’integrazione è donna: un bell’esempio di perseveranza e adattamento culturale. Qual è il suo segreto?

Lo scorso 24 giugno è stato ufficialmente abolito il divieto di guida per le donne in Arabia Saudita, ultimo paese al mondo in cui ancora vigeva questa proibizione. Secondo quanto comunicato dal governo saudita, sono già state consegnate circa 2000 patenti a donne residenti nel paese. Una di queste è Margherita Di Paola, che ci risulta essere, ma non ne abbiamo la conferma ufficiale, la prima italiana ad aver ottenuto, lo scorso 28 giugno, la patente a Riad.

Incuriosita dal post di un amico che aveva pubblicato la notizia sulle reti sociali, gli ho chiesto di mettermi in contatto con lei per poterla intervistare. Cercherò qui di sintetizzare la mia lunga chiacchierata con Margherita e gli insegnamenti che, a livello di integrazione e interculturalità, ne possiamo trarre.

Margherita, palermitana, vissuta a Roma per oltre vent’anni, è approdata a Riad quasi due anni fa con la figlia tredicenne. Unica straniera del suo dipartimento, lavora come neuropsicologa presso il più grande ospedale del Medio Oriente, la cui utenza è esclusivamente saudita. “Durante la mia attività clinica con i pazienti lavoro con una traduttrice (Feryal, saudita)” – mi ha spiegato Margherita – “mentre con i colleghi, sauditi o stranieri, che lavorano negli altri dipartimenti, parlo in inglese”.

L’entusiasmo di Margherita mi ha colpita sin dalle prime battute che abbiamo scambiato: “Questo paese mi ha dato una grande opportunità professionale e io sento una profonda riconoscenza nei confronti del suo popolo. Il miglior modo per ringraziarli è abbracciare questo popolo e la sua cultura, osservare le differenze non per criticare, ma per imparare. Informarmi sulle regole di comportamento da seguire è stato per me naturale, sono ospite e sta a me adeguarmi. Quando mi invitano a casa loro evito abbigliamenti non adatti (scollature o capi aderenti) e di mio, comunque, amo gli abiti lunghi, li ho sempre portati”.

Nel suo ambiente professionale Margherita si dice trattata come qualsiasi altro professionista e per nulla discriminata come donna. Per strada, invece, pur non avendo mai incontrato grossi problemi, afferma che l’atteggiamento delle persone varia a seconda del livello sociale. Dalla sua bocca non escono mai critiche, mi racconta piuttosto le similitudini con l’educazione paterna ricevuta a Palermo, dove leggi non scritte scoraggiavano le fanciulle ad entrare, per esempio, in un bar in cui ci fossero solo uomini. E sorridendo aggiunge “In fondo, abbiamo avuto 100 anni di dominazione araba e certe regole, per me, non sono molto lontane dall’educazione ricevuta”. Credo sia importante aggiungere che, storicamente, la corte reale siciliana di Federico II (che parlava 6 lingue: latino, siciliano, tedesco , francese, greco e arabo) fu per sua volontà luogo d’incontro fra le culture greca, latina, germanica, araba ed ebraica, forse il primo esempio illuminato di interculturalità.

Nonostante le citate similitudini culturali, dopo quasi due anni Margherita è stata ben felice di riacquisire la sua libertà di movimento grazie alla patente – “Ora posso decidere anche all’ultimo momento di uscire, di lasciare una festa, senza dipendere dall’autista e senza dover sempre pianificare”. Un bel passo avanti oltre a quello relativo alla riduzione di potere della polizia religiosa, che fino a circa un anno fa verificava in strada il rispetto di un’altra regola assai limitante, il divieto per una donna di uscire accompagnata da uomini che non fossero parenti.

Analizzando la testimonianza di Margherita, expat in un contesto oggettivamente non semplice per una donna occidentale, che implica un adattamento culturale complesso, possiamo astrarre alcune riflessioni sul tipo di attitudine più appropriato a favorire un´esperienza di espatriazione* il più possibile positiva.

  • Sospendi il giudizio

    Il concetto di cultura, ovvero a quell’insieme di norme e regole di comportamento condivise da un determinato gruppo di persone. Ogni cultura si basa su un insieme di valori, simboli e credenze che determinano ciò che è giusto o sbagliato in quella determinata cultura. Sospendere il giudizio significa allora mettere temporaneamente da parte i valori sottostanti la propria cultura ed evitare di giudicare la cultura del paese ospitante attraverso il proprio paradigma culturale.

    Questo non significa abbandonare i propri valori, che sono la base della propria identità, ma cercare di comprendere i valori soggiacenti l’altra cultura per avere un’adeguata chiave interpretativa di comportamenti che, analizzati attraverso i propri valori, apparirebbero come “sbagliati”.

    Si può allora parlare di integrazione quando riusciamo ad integrare, in forma additiva, i nostri valori e quelli della cultura del paese ospitante, ampliando la nostra prospettiva e moltiplicando il numero di punti di vista da cui osserviamo uno stesso fenomeno.

    Se, per esempio, per un italiano o un francese è maleducazione fare una richiesta andando dritti al punto senza giri di parole, per un tedesco sarà invece maleducazione fare tanti giri di parole e non dire esplicitamente ciò di cui si ha bisogno. Se non si conoscono i valori sottostanti l´una o l´altra cultura, si rischia di interpretare erroneamente l’intenzione dell’interlocutore.

  • Sii autenticamente curioso

    Se riesci a sospendere il giudizio, ti sarà anche più facile rimanere aperto, essere curioso e aver voglia di scoprire la cultura che ti ospita. Se il tuo interlocutore percepisce che dietro le tue domande c’è un autentico desiderio di conoscere, piuttosto che la volontà di giudicare, il suo atteggiamento nei tuoi confronti sarà di maggiore disponibilità e generosità.

  • Non smettere mai di imparare

    La curiosità e il gusto della scoperta ci portano al seguente step: l’apprendimento. Spesso il processo di adattamento ci porta ad imparare un nuovo modo di vivere, ad acquisire comportamenti che mai avremmo pensato di poter adottare.

    Margherita racconta di aver imparato, in questi due anni, ad essere paziente e ad avere fiducia. Nella nostra concezione occidentale del tempo, in cui vige la regola del tutto e subito, il non ricevere una risposta immediata significa che l’altro non sta facendo nulla di quanto richiesto. Così non è, per esempio, a Riad, dove i lunghi silenzi sono poi seguiti da effettive azioni che giungono, dal nostro punto di vista, del tutto inaspettate.

    Alla mia domanda “Quale sfida senti di dover ancora vincere con te stessa qui a Riad?”, mi risponde “L’apprendimento della lingua. Mi sto sforzando di imparare l’arabo, ancora non riesco a comunicare, ma sono fiduciosa, non mollo, con pazienza spero di riuscirci”.

Ho voluto raccontare l’esperienza di Margherita perché la sua storia può essere di ispirazione per tanti expat che si confrontano con culture molto lontane dalla nostra e per i quali lo sforzo di adattamento è indubbiamente notevole.

E tu quale attitudine hai adottato per integrarti nel paese straniero in cui risiedi?

*La parola “espatriazione” in realtà non esiste, ma poiché è un anglicismo ampliamente utilizzato dagli expat, che preferiscono questo termine al più corretto “espatrio”, ho scelto di impiegare in questo articolo la parola “espatriazione” privilegiando il sentimento di identificazione piuttosto che la correttezza linguistica.

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